11 mar 2026

Congresso del Perù rimuove presidente José Jerí appena quattro mesi dopo averlo nominato

Il Perù vive un ulteriore capitolo di crisi politica con la rimozione di José Jerí, accusato di incontri segreti con imprese cinesi, da parte del Congresso. Dopo otto presidenti rimossi negli ultimi dieci anni, la mancanza di leadership alimenta la destabilizzazione del Paese.

18 febbraio 2026 | 01:43 | 5 min di lettura
Congresso del Perù rimuove presidente José Jerí appena quattro mesi dopo averlo nominato
Foto: El País

Perù è nuovamente scosso da un episodio politico che ripete una trama già conosciuta negli ultimi anni: un presidente che abbandona la carica prima di completare il mandato e un Congresso che diventa il principale attore di una crisi che sembra non voler finire. José Jerí, 39 anni, è stato deposto dall'incarico di presidente della Repubblica il martedì, poco più di quattro mesi dopo aver assunto la carica al posto di Dina Boluarte, anch'essa rimossa per incapacità di gestire la crisi sociale e di sicurezza. La decisione del Congresso, che ha approvato una mozione di censura, ha visto il sostegno di sette frazioni politiche, tra cui quelle più influenti del panorama peruviano. Il presidente, accusato di aver tenuto incontri segreti con imprese cinesi di dubbia fama, è stato sottoposto a un'indagine che ha coinvolto anche l'ambito delle relazioni internazionali del Paese. La scelta di rimuovere Jerí segna un ulteriore capitolo di una politica che, nei dieci anni precedenti, ha visto otto presidenti abbandonare la carica prima del termine del loro mandato, spesso per motivi di corruzione o instabilità. L'evento ha scosso l'opinione pubblica, con dati di sondaggio che indicano un forte dissenso tra i cittadini, che vedono nel Congresso un'istituzione incapace di garantire stabilità e credibilità.

La situazione si è complicata ulteriormente quando, poco prima dell'approvazione della mozione, il presidente ha cercato di difendersi sostenendo di non aver commesso alcun reato. Tuttavia, le sue dichiarazioni, che riducevano il cosiddetto "Chifagate" - il caso delle sue riunioni segrete con imprenditori cinesi - a semplici errori di forma, hanno alimentato ulteriore sospetto. Le versioni contraddittorie e le mancanze di trasparenza hanno reso il suo discorso non solo inadeguato, ma anche dannoso per la sua immagine. Il Congresso, che ha giocato un ruolo centrale nella decisione, ha cercato di bilanciare le pressioni politiche e i vantaggi che potrebbero derivare da una sua azione. A otto settimane dalle elezioni generali, le forze politiche hanno visto nell'operazione un modo per guadagnare consensi e influenzare il risultato finale. La scelta di rimuovere Jerí non è stata semplice, ma è stata determinata da un calcolo strategico che ha coinvolto anche le potenze economiche estere, che hanno un interesse diretto nel destino del Paese.

Il contesto politico del Perù è stato segnato da una serie di eventi che hanno portato a una crisi di credibilità istituzionale. Dina Boluarte, la precedente presidente, era stata rimossa per la sua incapacità di gestire la crisi di sicurezza, che ha visto il Paese afflitto da un'ondata di violenza e disoccupazione. La sua sostituzione da parte di Jerí era stata vista come un tentativo di rilanciare la stabilità, ma il governo ha fallito nel gestire le tensioni sociali. La figura di Jerí, che era stato scelto per la sua esperienza legale, è diventata un simbolo di una politica che sembra non riuscire a risolvere i problemi strutturali del Paese. La sua rimozione ha riacceso le discussioni su come il Congresso possa esercitare un controllo più rigoroso sulle istituzioni, ma anche su come la mancanza di leadership possa portare a una spirale di instabilità. I dati di popolarità, che avevano visto il presidente a un 58% di approvazione al momento dell'insediamento, sono ora scesi al 68% di sospetto per corruzione, un dato che ha rafforzato il senso di disperazione tra i cittadini.

Le implicazioni di questa decisione sono profonde e si estendono ben al di là del contesto immediato. La rimozione di un presidente che aveva appena iniziato il mandato ha messo in evidenza una crisi di governance che sembra non conoscere limiti. Il Congresso, che ha giocato un ruolo chiave nella decisione, ha dimostrato una mancanza di coerenza tra le sue azioni e i principi che dovrebbe rappresentare. La situazione ha anche acceso nuove tensioni tra le forze politiche, che si sono divise tra coloro che vedono nell'operazione un atto di coraggio e coloro che la ritengono un atto di politicizzazione. La mancanza di una leadership stabile ha reso difficile la gestione di problemi come la crisi economica, la disoccupazione e la corruzione. La scelta di un nuovo presidente, che dovrà assumere l'incarico fino al 28 luglio, ha lasciato aperto un futuro incerto, con il rischio che il Paese continui a oscillare tra instabilità e tentativi di riforma.

La situazione del Perù, sebbene segnata da una crisi politica profonda, non può essere isolata dal contesto globale. Il Paese, che ha sempre visto un rapporto complesso con le potenze estere, deve ora affrontare un momento di incertezza che potrebbe influenzare anche le relazioni internazionali. La rimozione di Jerí ha reso evidente come il Congresso possa agire come un'istituzione in grado di influenzare il destino del Paese, ma anche come possa diventare un ostacolo alla stabilità. Le prossime elezioni del 12 aprile saranno decisive per il futuro del Paese, ma il contesto attuale suggerisce che la politica peruviana continuerà a essere segnata da una mancanza di leadership e da una incapacità di gestire le sfide strutturali. Il popolo peruviano, ormai stanco di una politica che sembra non riuscire a risolvere i problemi, dovrà aspettare con ansia i risultati di una elezione che potrebbe segnare un punto di svolta o, al contrario, un ulteriore capitolo di instabilità.

Fonte: El País Articolo originale

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