11 mar 2026

Come filmare ICE

La tragedia avvenuta a Minneapolis nel gennaio 2026 ha segnato un momento drammatico nella lotta per la trasparenza e il rispetto dei diritti fondamentali in America.

31 gennaio 2026 | 12:20 | 5 min di lettura
Come filmare ICE
Foto: Wired

La tragedia avvenuta a Minneapolis nel gennaio 2026 ha segnato un momento drammatico nella lotta per la trasparenza e il rispetto dei diritti fondamentali in America. Due cittadini, Renee Nicole Good e Alex Pretti, furono uccisi durante un'operazione di controllo delle frontiere condotta dagli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE). Good, che si occupava di osservare legalmente le attività delle autorità, era accompagnata dalla moglie, mentre Pretti registrava le operazioni con un telefono. L'atto di documentare non solo non ha salvato le loro vite, ma ha anche reso visibile una realtà terribile: la violenza esercitata da ICE e Border Patrol su chi osa resistere o rivelare le loro azioni. La registrazione video, che dovrebbe servire a garantire l'accountability, è diventata un'arma a doppio taglio, poiché le stesse immagini che denunciano abusi possono costare la vita a chi le produce. Questo paradossale rapporto tra lotta per la verità e rischio di pericolo ha messo in luce un dilemma crescente: come resistere a un sistema che punisce chi cerca di rivelarne i crimini?

L'episodio di Minneapolis ha riacceso un dibattito che si è sviluppato per oltre vent'anni, a livello globale. La diffusione di smartphone e strumenti di registrazione ha reso possibile documentare le violenze, esporre il potere abusivo e influenzare il dibattito pubblico. Tuttavia, l'aggressività delle forze dell'ordine, spesso accompagnata da una politica di repressione, ha reso sempre più pericoloso chi si espone. Trevor Timm, cofondatore della Freedom of the Press Foundation, ha espresso preoccupazione: "Non esiste un modo per filmare in modo sicuro oggi. Tutti rischiano perché ICE e Border Patrol hanno agito con illegalità e violenza". La morte di Pretti, in particolare, è stata vista come un tragico esempio di come le autorità possano utilizzare la violenza per silenziare chi tenta di rivelare i loro crimini. Le immagini registrate da Pretti e da altri osservatori non solo hanno documentato la brutalità, ma hanno anche esposto le menzogne diffuse durante l'amministrazione Trump, che aveva definito la registrazione di agenti come un atto di "violenza" e "doxing".

Il contesto di questa tragedia si colloca all'interno di un quadro più ampio di tensioni tra libertà di espressione e controllo statale. Negli Stati Uniti, la Costituzione garantisce il diritto di registrare le attività governative in spazi pubblici, ma questa libertà è stata messa in discussione da una politica che vede nella documentazione un atto di ostilità. Il Dipartimento di Sicurezza Interna (DHS), guidato da Kristi Noem, ha definito la registrazione di agenti come "violenza" e "doxing", una posizione contraddetta da un'interpretazione legale che non si applica a chi si espone. La dichiarazione di Tricia McLaughlin, portavoce del DHS, ha sottolineato che "registrare gli agenti è un reato federale", una tesi che, sebbene contestata, ha trovato terreno fertile in un clima di diffidenza verso le istituzioni. Questa retorica non solo mette a rischio chi filmare, ma anche chi opera in nome della giustizia, creando un clima di intimidazione che spesso si traduce in minacce dirette, come quelle espresse da un agente che ha definito un osservatore "terrorista domestico".

L'impatto di questa politica di repressione si estende ben oltre il singolo episodio. Le conseguenze sono state analizzate da Jackie Zammuto, direttrice associata di Witness, un'organizzazione che si occupa di utilizzare la video documentazione per combattere i crimini di stato. "Le immagini non solo rivelano abusi, ma anche spostano il dibattito pubblico e mettono in discussione le narrazioni ufficiali", ha detto Zammuto. Tuttavia, il rischio di essere colpiti da agenti che si sentono autorizzati a punire chi osa registrare le loro azioni è crescente. La stessa organizzazione ha evidenziato un aumento del numero di documentatori che vengono bersagliati, inclusi giornalisti che, pur rispettando le direttive delle forze dell'ordine, rimangono esposti a minacce. Questo scenario ha reso necessario un approccio pragmatico per proteggere la libertà di espressione, bilanciando il diritto di registrare con la consapevolezza dei rischi.

Per chi intende filmare agenti di ICE o Border Patrol, esistono strategie per ridurre il rischio. L'uso di dispositivi alternativi o "burner" permette di minimizzare la traccia digitale, poiché le autorità hanno sviluppato sistemi di sorveglianza avanzati, tra cui droni, lettori di targa e accesso a dati online. Disattivare le biometrie e utilizzare password invece di riconoscimento facciale aumenta la sicurezza, poiché il governo richiede un mandato per ottenere un codice, mentre è più facile accedere a dispositivi con autenticazione biometrica. Inoltre, filmare in modo continuo e mantenere una visione ampia del contesto, inclusi segni di riconoscimento, rende le prove più difficili da contestare. L'importanza di registrare anche dopo che l'interazione sembra terminata è cruciale, poiché può rivelare azioni impreviste. La collaborazione tra organizzazioni come il New York Civil Liberties Union (NYCLU) e attivisti ha contribuito a creare linee guida pratiche, sottolineando che la libertà di espressione non è un atto di resistenza, ma un diritto che deve essere difeso con consapevolezza. La strada verso un equilibrio tra trasparenza e sicurezza rimane lunga, ma la volontà di documentare i crimini di stato non si è mai fermata.

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