11 mar 2026

Coloni israeliani radicali accusano decine di attacchi a palestinesi in Cisjordania

Un movimento di coloni israeliani radicali, noto come "Jeunes des collines", ha rivendicato attraverso la sua pagina Telegram, il 18 febbraio, circa 60 attacchi compiuti in un mese nei confronti di 33 villaggi palestinesi in Cisgiordania.

20 febbraio 2026 | 05:36 | 4 min di lettura
Coloni israeliani radicali accusano decine di attacchi a palestinesi in Cisjordania
Foto: Le Monde

Un movimento di coloni israeliani radicali, noto come "Jeunes des collines", ha rivendicato attraverso la sua pagina Telegram, il 18 febbraio, circa 60 attacchi compiuti in un mese nei confronti di 33 villaggi palestinesi in Cisgiordania. Queste azioni, presentate come un "bilancio della lotta contro l'ennesimo nemico arabo", hanno causato 12 case bruciate, 29 auto incendiate, 40 Palestini feriti e decine di vetri di auto rotti, oltre a centinaia di olivi strappati. Tra le vittime, un giovane di 19 anni è morto per le ferite riportate dopo essere stato colpito da un colono, secondo il ministero della salute palestinese a Ramallah. L'attacco è avvenuto nel villaggio di Mikhams, vicino a Ramallah, dove la comunità beduina locale ha abbandonato le sue terre a febbraio, accusando i coloni di un costante tormento.

L'organizzazione radicale, che si batte per il controllo del territorio e la repressione dei palestinesi, ha suscitato preoccupazioni sia all'interno di Israele che tra le autorità internazionali. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva già criticato in novembre le violenze di una "pozione di estremisti" non rappresentativa, ma che si dice siano in grado di agire in modo autonomo. Secondo fonti interne, alcuni giovani del movimento sono accusati di attacchi contro soldati, poliziotti e coloni moderati, considerati troppo accomodanti nei confronti dei palestinesi. Queste azioni, però, non sono rimaste senza conseguenze: rabbini influenti delle colonie del nord della Cisgiordania hanno inviato una lettera aperta in cui chiedevano ai coloni di seguire le linee guida delle autorità, condannando ogni forma di violenza. I rabbini hanno sottolineato che le violenze non sono mai giustificabili, anche se alcuni coloni si sentono minacciati da un'occupazione che, secondo loro, non è mai stata sufficientemente riconosciuta.

Il contesto di questa situazione è radicato nella storia del conflitto israeliano-palestinese, che vede Israele occupare la Cisgiordania da oltre cinquant'anni, a partire dal 1967. La presenza di oltre 500 mila israeliani in colonie, ritenute illegali dall'Onu, ha creato un equilibrio di potere complesso, con circa tre milioni di palestinesi che vivono in territori occupati. Il governo israeliano, considerato tra i più conservatori nella storia del Paese, ha accelerato l'espansione delle colonie, approvando un record di 54 nuove colonie nel 2025, secondo un rapporto dell'organizzazione israeliana anti-colonizzazione "La Paix maintenant". Questo movimento ha documentato come i coloni occupino terreni agricoli utilizzati dai palestinesi, riducendo progressivamente il loro accesso alle risorse. Le tensioni si sono intensificate con l'uso di intimidazioni e violenze, sostenute da parte del governo e dell'esercito israeliani, secondo le stesse fonti.

L'analisi delle conseguenze di queste azioni rivela un impatto profondo sulle comunità palestinesi, che vedono la propria vita quotidiana compromessa da un'occupazione che si espande ogni giorno. I coloni, spesso sostenuti da parte dei leader religiosi, si sentono legittimati a usare la forza per proteggere il loro modo di vivere, ma i palestinesi accusano una politica che non solo non rispetta il diritto internazionale, ma che alimenta un ciclo di violenza. Il governo israeliano, pur condannando alcuni episodi estremi, non ha mai fermato l'espansione delle colonie, che rappresentano un elemento chiave del conflitto. Questo atteggiamento ha portato a una crisi di fiducia tra i cittadini israeliani, alcuni dei quali si sono distaccati da un modello che sembra non risolvere i problemi, ma solo aggravarli.

La situazione si presenta come un punto di non ritorno, con il rischio di un aumento delle tensioni che potrebbe portare a conseguenze devastanti per entrambe le parti. Le autorità internazionali, tra cui l'Onu e l'Unione europea, stanno monitorando con attenzione la situazione, ma la mancanza di un accordo politico sembra rendere impossibile un'intesa duratura. L'opinione pubblica israeliana, divisa tra chi sostiene l'espansione delle colonie e chi chiede un ritorno al dialogo, si trova in un limbo che potrebbe trasformarsi in una crisi sociale. Per il futuro, il destino del conflitto dipende da una capacità di confronto che, per ora, sembra lontana. La comunità internazionale, sebbene critica, non ha ancora trovato un modo per interrompere un ciclo che sembra non avere fine.

Fonte: Le Monde Articolo originale

Condividi l'articolo

Articoli Correlati

Resta Informato

Iscriviti alla newsletter di Fattuale per ricevere le notizie più importanti direttamente nella tua casella email.

📧 Niente spam · 🔒 Privacy garantita · 🚫 Cancellati quando vuoi

🍪

Questo sito utilizza i cookie

Utilizziamo cookie tecnici necessari e, con il tuo consenso, cookie analitici per migliorare la tua esperienza. Puoi accettare tutti i cookie, rifiutare quelli non essenziali o personalizzare le tue preferenze. Scopri di più

Preferenze Cookie

Cookie Tecnici

Sempre attivi

Essenziali per il funzionamento del sito. Includono cookie di sessione, preferenze di tema e sicurezza CSRF.

Cookie Analitici

Ci aiutano a capire come i visitatori interagiscono con il sito, raccogliendo informazioni in forma anonima (es. Google Analytics).

Cookie di Marketing

Utilizzati per mostrare annunci pubblicitari pertinenti ai tuoi interessi su questo sito e su altri siti web.

Grazie per l'iscrizione!

Controlla la tua email per confermare.

📧 Niente spam · 🔒 Privacy garantita · 🚫 Cancellati quando vuoi