Chi fu la prima donna serial killer della storia?
Nel cuore della Roma imperiale del I secolo d. C., un'ombra affascinante e terribile si muoveva tra le ombre delle corti e dei palazzi.
Nel cuore della Roma imperiale del I secolo d.C., un'ombra affascinante e terribile si muoveva tra le ombre delle corti e dei palazzi. Fu Locusta, la celebre avvelenatrice che si guadagnò il soprannome di "mater dolorum" (madre delle pene), una donna che scelse di vivere non come regina o sacerdotessa, ma come un'artefice di morti che si celavano sotto il velo di malattie e decessi naturali. Originaria dei boschi della Gallia, dove aveva scoperto le proprietà mortifere di erbe e piante, Locusta si trasferì a Roma, dove aprì una bottega sul Colle Palatino. La sua attività era un'arte di precisione: vendeva filtri velenosi in grado di causare agonie lente e inapparenti, che i Romani scambiavano per morti spontanee. Tra i suoi clienti ci furono imperatori, politici, nobili e personaggi del mondo economico, che la ricorsero per eliminare rivali senza lasciare tracce. La sua opera non fu solo un'arma di potere, ma un simbolo della complessità della politica romana, dove la sovversione e la strategia si intrecciavano con la violenza e la manipolazione.
La fama di Locusta si arricchì grazie a due dei più celebri delitti commissionati da personaggi di alto rango. Il primo fu il piano orchestrato da Valeria Messalina, terza moglie dell'imperatore Claudio, per eliminare l'amante Tito. Il secondo, ancora più epico, fu l'assassinio dell'imperatore stesso, su mandato della quarta moglie Agrippina, che mirava a far salire al trono il figlio di lei, Lucio Domizio Enobarbo, detto Nerone. I veleni di Locusta erano così potenti da essere utilizzati in modo sofisticato: nel 54 d.C., il 12 ottobre, fu servito alla tavola imperiale un piatto di funghi velenosi, preparati da lei, accompagnati da una piuma intrisa di coloquintide, una sostanza che accelerava gli effetti del veleno. Lo stesso trucco fu usato per far morire l'erede legittimo Britannico, allora tredicenne, il cui decesso fu attribuito a un attacco di epilessia. La morte di Nerone, nel 68 d.C., segnò la fine della carriera di Locusta, ma non la fine del suo leggendario nome.
Il contesto storico in cui Locusta operò fu un periodo di instabilità politica e di competizione per il potere. La Roma imperiale era un'entità complessa, dove la famiglia imperiale si scontrava con i nobili e i generali, e dove la morte di un sovrano poteva aprire scenari di guerra civile. La figura di una donna come Locusta, che si muoveva tra le ombre e i giochi di potere, era rara ma non del tutto impossibile. La sua attività non era solo un atto di violenza, ma un'azione di guerra psicologica, un modo per manipolare le sorti di un'intera dinastia. Tuttavia, il suo destino fu segnato da una condanna severa: accusata di 400 delitti, fu condannata a morte. La sua immunità al veleno, ottenuta grazie a autosomministrazioni a piccole dosi, complicò la sua punizione. Secondo le fonti, fu trascinata in catene per tutta Roma, fatta stuprare da una giraffa e infine dilaniata da belve feroci. Più probabilmente, fu strangolata e il suo corpo dato alle fiamme, un epilogo che non cancellò la sua leggenda.
La figura di Locusta si inserisce in un contesto più ampio: nella storia umana, le donne hanno sempre svolto ruoli di potere, anche se spesso nascosti o marginalizzati. La politica, per millenni, è stata dominata da uomini, ma ci sono state eccezioni che hanno lasciato il loro segno. Le donne che hanno guidato stati, governato imperi o influenzato la storia con decisioni decisive sono state rare, ma non mai assenti. Da Hatshepsut, la prima sovrana d'Egitto, a Cleopatra, la regina che affrontò l'Impero romano, ogni figura di potere femminile rappresenta un'eccezione che smuove le strutture di un mondo maschilista. Queste donne non si limitavano a gestire il potere: lo facevano con abilità, strategia e, in alcuni casi, con un'audacia che oggi appare quasi rivoluzionaria. Il loro destino, spesso tragico, è un ricordo di quanto fosse pericoloso esistere al di fuori dei confini stabiliti.
La leggenda di Locusta non è solo una storia di veleno e delitti, ma un riflesso di una società in cui il potere era un gioco di sguardi, alleanze e tradimenti. Le donne che si inserivano in quel gioco, come lei, erano rare e spesso viste come minacce. Tuttavia, le loro azioni non furono solo una forma di resistenza, ma un'affermazione del loro ruolo in un mondo che le negava la possibilità di partecipare al potere in modo aperto. La stessa immagine di Locusta, una donna che si muoveva tra le ombre e i giochi di potere, diventò un simbolo di una realtà in cui le donne potevano esistere, ma solo se sfruttavano la complessità del sistema per sopravvivere. Le storie di altre donne, come Hatshepsut, che vestì abiti maschili per dimostrare di essere degna di governare, o Cleopatra, che usò il veleno per evitare l'ingiustizia, mostrano come il potere femminile potesse essere tanto sottile quanto potente. Queste figure, sebbene diverse, condividono un destino comune: il loro nome è rimasto inciso nella storia, nonostante le loro azioni fossero spesso considerate illegittime o pericolose. Il loro ricordo non è solo un'eco del passato, ma un'indicazione del fatto che il potere, in ogni forma, è sempre stato una forza di trasformazione.
Fonte: Focus Articolo originale
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