11 mar 2026

Cassazione conferma condanne per Cosca Capitale, prima locale ndrangheta a Roma

La Suprema Corte di Cassazione ha reso definitiva una sentenza che conferma l'esistenza della prima struttura locale della 'ndrangheta a Roma, un'organizzazione criminale che opera in modo autonomo ma legata alla cosca calabrese.

29 gennaio 2026 | 23:43 | 5 min di lettura
Cassazione conferma condanne per Cosca Capitale, prima locale ndrangheta a Roma
Foto: RomaToday

La Suprema Corte di Cassazione ha reso definitiva una sentenza che conferma l'esistenza della prima struttura locale della 'ndrangheta a Roma, un'organizzazione criminale che opera in modo autonomo ma legata alla cosca calabrese. I giudici della seconda sezione penale hanno rigettato i ricorsi presentati contro la decisione della Corte d'Appello di Roma, emessa nel febbraio del 2023, che aveva condannato diversi membri della cosca per crimini legati all'associazione mafiosa, estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio di denaro illecito. La sentenza, emessa nell'ambito dell'inchiesta 'Propaggine', ha visto condannati a 18 anni Antonio Carzo, considerato il capo della locale romana, e Vincenzo Alvaro, ritenuto il principale architetto della strategia di infiltrazione economica della mala calabrese nella Capitale. I figli di Carzo, Domenico e Vincenzo, hanno ricevuto rispettivamente 12 anni e mezzo e 9 anni e 6 mesi di carcere. L'importanza del caso risiede nel fatto che la Cassazione ha riconosciuto formalmente la presenza di un'organizzazione criminale che opera autonomamente ma è diretta da un'entità madre in Calabria, segnando un passo decisivo nella lotta contro la criminalità organizzata. Questa decisione non solo conferma la struttura della 'ndrangheta a Roma, ma anche la sua capacità di adattarsi ai mercati locali, integrandosi nel tessuto economico e sociale della città.

La sentenza della Corte d'Appello ha evidenziato come la struttura romana della 'ndrangheta abbia sviluppato un sistema operativo complesso per evitare la repressione. Vincenzo Alvaro, considerato il cervello del gruppo, ha dimostrato una capacità straordinaria nel gestire attività economiche senza mai apparire formalmente nei registri societari. I giudici hanno sottolineato come il boss abbia utilizzato prestanome e società fantasma per occultare la proprietà effettiva, permettendo di riciclare i proventi illeciti attraverso operazioni finanziarie complesse. Questo sistema, definito "resettaggio" delle società, permetteva di modificare costantemente le strutture aziendali per sfuggire alle indagini e mantenere il controllo su attività come il commercio, l'immobiliare e il settore dei servizi. L'analisi degli inquirenti ha rivelato come la locale romana fosse anche un punto di raccordo tra il mondo mafioso e la politica, con alcuni magistrati e funzionari pubblici che avevano precedentemente collaborato con la cosca calabrese. Questa connessione ha permesso alla 'ndrangheta di infiltrarsi non solo nel mercato nero, ma anche nell'apparato statale, rendendo più difficile la repressione.

Il contesto della vicenda si colloca all'interno di un'inchiesta che ha coinvolto centinaia di indagati e ha portato alla luce un sistema di corruzione e controllo che si estende ben al di là della Capitale. L'inchiesta 'Propaggine', coordinata dai pm Giovanni Musarò e Stefano Luciani, ha rivelato come la 'ndrangheta abbia sviluppato una strategia di infiltrazione mirata a Roma, una città che rappresenta un mercato di grande interesse per il traffico di sostanze stupefacenti, l'estorsione e il riciclaggio. La struttura romana, sebbene operi in modo autonomo, è sempre stata considerata una "propaggine" del potere mafioso calabrese, un'organizzazione che si estende attraverso una rete di relazioni e interessi economici. L'importanza di questa sentenza risiede nel fatto che la Cassazione ha riconosciuto formalmente la presenza di un'entità criminale che opera in modo strutturato e persistente, anche se non è mai stata riconosciuta come una "locale" a tutti gli effetti. Questo riconoscimento ha implicazioni significative per la lotta contro la criminalità organizzata, poiché permette di affrontare i crimini in modo più mirato, isolando le strutture locali e colpendo i loro vertici.

L'analisi delle conseguenze di questa sentenza mostra come la lotta contro la 'ndrangheta a Roma abbia raggiunto un nuovo livello di complessità. La condanna dei principali esponenti della locale ha dimostrato che le autorità sono riusciti a individuare e punire un sistema che si era adattato alle normative e ai metodi investigativi. Tuttavia, la presenza di una struttura criminale che opera in modo autonomo ma legata a un'entità madre in Calabria indica che la lotta non è ancora conclusa. La Cassazione ha sottolineato come la strategia della 'ndrangheta si basi su una combinazione di infiltrazione economica e controllo di risorse, con il riciclaggio di denaro illecito che rappresenta un pilastro fondamentale. Questo sistema, reso possibile grazie all'uso di prestanome e società fantasma, ha permesso alla 'ndrangheta di mantenere il controllo su mercati complessi senza mai lasciare tracce tangibili. La sentenza, quindi, non solo conferma la struttura del crimine, ma anche la sua capacità di evolversi e adattarsi, richiedendo una strategia investigativa sempre più sofisticata.

La chiusura del processo, però, non segna la fine della battaglia contro la 'ndrangheta a Roma. Il processo con rito ordinario, che si svolge davanti all'ottava sezione penale del tribunale di Roma, continua ad avanzare con accuse che vanno oltre i crimini di associazione mafiosa, comprendendo anche reati come estorsione, detenzione illegale di armi e truffa ai danni dello Stato. La procura ha chiesto condanne per un totale di oltre 450 anni di carcere nei confronti di una quarantina di imputati, evidenziando l'ampiezza del network criminale che opera nella Capitale. Questa vicenda rappresenta un esempio di come la criminalità organizzata si adatti ai contesti urbani, integrandosi nel tessuto economico e sociale per perpetuare il suo potere. La sentenza della Cassazione e le indagini che seguono non solo mettono in luce la complessità del fenomeno, ma anche la necessità di un impegno costante da parte delle autorità per contrastare un modello di criminalità che si evolve costantemente. La lotta contro la 'ndrangheta a Roma, quindi, non è solo un caso isolato, ma un riflesso di una sfida globale che richiede strategie investigative e legali sempre più avanzate.

Fonte: RomaToday Articolo originale

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