11 mar 2026

Calabria e Tor Bella Monaca: condannati fratelli della cosca per droga

I fratelli Angelo e Maurizio Lupparelli, due giovani uomini accusati di spaccio di sostanze stupefacenti nel quartiere Tor Bella Monaca di Roma, sono stati condannati rispettivamente a quattro e cinque anni di reclusione.

06 marzo 2026 | 00:08 | 4 min di lettura
Calabria e Tor Bella Monaca: condannati fratelli della cosca per droga
Foto: RomaToday

I fratelli Angelo e Maurizio Lupparelli, due giovani uomini accusati di spaccio di sostanze stupefacenti nel quartiere Tor Bella Monaca di Roma, sono stati condannati rispettivamente a quattro e cinque anni di reclusione. La sentenza è stata emessa dal tribunale di Lamezia Terme, in seguito al processo nato dall'inchiesta "Svevia", che ha svelato la presenza di un presunto cartello della droga lungo l'asse tra la Calabria e la zona est di Roma. L'indagine, che ha coinvolto un vasto network di traffico di cocaina, eroina, hashish e marijuana, ha portato alla condanna di Giorgio Galiano, considerato il capo della famiglia mafiosa all'interno della cosca Giampà di Lame, a 26 anni e 9 mesi di carcere. La sentenza segna un colpo significativo contro una rete che, per anni, ha operato in modo organizzato tra le due regioni, sfruttando legami di parentela e relazioni criminali per distribuire droga a livello locale e nazionale.

L'inchiesta "Svevia" ha rivelato come il quartiere di Tor Bella Monaca, noto per la sua posizione strategica e per la presenza di un'ampia rete di spacciatori, fosse stato utilizzato come hub per il trasporto e la distribuzione di stupefacenti. Gli inquirenti hanno individuato via Svevia, dove risiedeva Giorgio Galiano, come il principale deposito di droga, nonché la base per lo stoccaggio, il confezionamento e la suddivisione del prodotto tra acquirenti e spacciatori. Secondo le accuse, Galiano, che aveva consolidato il suo potere all'interno della cosca Giampà, ha sfruttato i legami di parentela con la famiglia Lupparelli, originaria di Roma, per creare un accordo commerciale che permettesse il movimento di grandi quantitativi di droga. Questo sistema, che univa le risorse criminali calabresi a quelle romane, ha permesso di soddisfare la domanda di mercato locale e di estendere l'attività a livello nazionale, coinvolgendo anche il Nord Italia.

La complessità della rete è stata ulteriormente svelata grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, che ha fornito dettagli su come il cartello operava. Secondo il testimone, Galiano era già attivo nel traffico di droga durante la sua militanza nella cosca Giampà, un'organizzazione che aveva radici profonde nella zona di Lamezia Terme. Un episodio rivelativo ha visto Giuseppe, un altro collaboratore, accompagnare il capo del cartello e un altro uomo a Roma per recuperare una prova di cocaina. La missione si è svolta a bordo di un'auto, dove Angelo Lupparelli, uno dei fratelli condannati, li ha aspettati all'uscita di un'autostrada. Questo episodio dimostra come il controllo del territorio e la gestione delle operazioni fossero centrali per il funzionamento della rete.

L'area di Lamezia Terme, conosciuta come il "Ciampa di Cavallo", ha un ruolo cruciale nel contesto del traffico. Questo quartiere, che si estende in una forma simile a quella di un cavallo, ha una struttura urbana complessa e una forte presenza di gruppi criminali. La zona è diventata un punto di riferimento per il trasporto di droga, grazie alla sua posizione strategica e alla presenza di infrastrutture che facilitano il movimento di merci. La collaborazione tra il cartello calabrese e le famiglie romane ha permesso di sfruttare questa geografia per creare un sistema di distribuzione efficiente. Gli inquirenti hanno anche sottolineato come la rete non si limitasse alle due regioni, ma si estendesse a livello nazionale, con punti di consegna in altre aree del Paese.

La condanna dei Lupparelli e di Galiano rappresenta un momento di svolta nella lotta contro il traffico di droga in Italia. Tuttavia, le implicazioni di questa sentenza vanno oltre il semplice arresto di individui. La struttura del cartello, che univa interessi criminali e relazioni familiari, ha dimostrato quanto sia complesso smantellare reti di potere radicate in aree strategiche. Gli investigatori hanno sottolineato che la condanna potrebbe portare a ulteriori inchieste, poiché molte figure chiave potrebbero ancora essere in libertà. Inoltre, la rete potrebbe adattarsi a nuove strategie, cercando di ripristinare la distribuzione di droga attraverso canali alternativi. La sentenza, quindi, non solo punisce i responsabili, ma anche mette in luce la necessità di un impegno continuo da parte delle forze dell'ordine e di una collaborazione tra le diverse regioni per contrastare il fenomeno del traffico di stupefacenti. La battaglia contro il narcotraffico in Italia, come dimostra questa inchiesta, richiede un approccio multidimensionale, che coinvolga investigazioni approfondite, collaborazioni internazionali e un impegno politico per affrontare le radici di questa forma di criminalità.

Fonte: RomaToday Articolo originale

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