11 mar 2026

25 anni di carcere per padre che uccise moglie davanti ai figli a Lyon

Mourad Boudjenane, 50 anni, è stato condannato venerdì 13 febbraio dalla corte d'assise del Rhône, a Lyon, a ventinove anni di reclusione per il delitto di omicidio di sua ex-concubina, Nathalie Ducrot, avvenuto il.

14 febbraio 2026 | 02:03 | 4 min di lettura
25 anni di carcere per padre che uccise moglie davanti ai figli a Lyon
Foto: Le Monde

Mourad Boudjenane, 50 anni, è stato condannato venerdì 13 febbraio dalla corte d'assise del Rhône, a Lyon, a ventinove anni di reclusione per il delitto di omicidio di sua ex-concubina, Nathalie Ducrot, avvenuto il 8 maggio 2022. La sentenza, emessa in un processo che ha visto coinvolte le tre figlie della vittima, è stata respinta da parte dell'accusato, che aveva richiesto la pena della reclusione perpetua. La presidente della corte, Marie Thevenet, ha sottolineato che la pena stabilita non rappresenta la massima prevista dal codice penale, ma tiene conto di elementi come l'età dell'imputato, la sua capacità di inserirsi nella società e le circostanze del delitto. La condanna è accompagnata da una periodica di sicurezza di diciotto anni, la revoca dell'autorità parentale e l'interdizione di contatti con parenti della vittima. La famiglia della donna, particolarmente colpita, ha espresso profonde emozioni durante le udienze, con la madre di Nathalie che ha dichiarato di sentirsi vittima di una giustizia inadeguata.

Il delitto ha avuto luogo a Grézieu-la-Varenne, a ovest di Lyon, in un contesto di violenze croniche e di accuse giudiziarie precedenti. Nathalie, 33 anni, era stata uccisa davanti ai propri figli, allora tra i quattro e i dieci anni, e da un'amica che, secondo il padre, non aveva visto né sentito urlare. L'autopsia ha rivelato 54 ferite sul corpo della vittima, tra cui una profonda ferita di 15 centimetri alla gola, potenzialmente causata da un oggetto tranchante. L'aggiunta di un marteau ha evidenziato la brutalità del gesto. L'avvocato generale, Dorothée Perrier, aveva chiesto la pena massima, sottolineando che il delitto era un atto di rappresaglia, perpetrato in un contesto di abusi e di una vittima che aveva già subito un processo penale. La difesa, rappresentata da Florence Vincent, ha contestato la gravità della richiesta, definendo il reato un "crimine di disperazione" e affermando che la pena non riparerebbe la sofferenza della famiglia.

Il caso di Nathalie Ducrot si colloca all'interno di un quadro di femicidi che ha scosso il Paese francese negli ultimi anni. Secondo dati recenti, il numero di omicidi di donne da parte di partner o ex partner è in aumento, purtroppo, a causa di un sistema giudiziario che non riesce a prevenire tali episodi. L'imputato, già condannato per violenze su un'altra ex moglie, aveva subìto un controllo giudiziario già da marzo 2022, ma la sua libertà non era sufficiente a proteggere la vittima. L'avvocata delle parti civili, Pauline Rongier, ha criticato il sistema giudiziario, affermando che non si è intervenuto tempestivamente per salvaguardare Nathalie. "Non ho mai visto un caso di femicidio in cui la vittima non abbia subìto un meccanismo di inazione", ha dichiarato, sottolineando la mancanza di interventi da parte delle istituzioni. La famiglia della vittima, inoltre, ha chiesto ai giurati di essere "courageosi" e di fare giustizia, anche se la pena non sarà mai sufficiente a riparare il dolore.

La sentenza, pur se non pienamente soddisfacente per la famiglia della vittima, rappresenta un passo avanti nel dibattito sulle violenze di genere e sulle misure di protezione. L'imputato, durante le dichiarazioni, ha espresso rimorso, chiedendo scusa a Nathalie e alla sua famiglia, ma ha anche sottolineato che la sua azione è stata un atto di disperazione. La difesa ha sottolineato che la pena non potrà mai compensare il dolore causato, mentre la parte civile ha ribadito che il sistema giudiziario deve evitare di ripetere errori. L'analisi del caso evidenzia le lacune nella prevenzione delle violenze domestiche e la necessità di un intervento più incisivo da parte delle autorità. L'assenza di un meccanismo efficace per proteggere le vittime di violenza di genere ha portato a una condanna che, sebbene severa, non risolve le cause radicate del fenomeno.

L'episodio di Nathalie Ducrot è un caso emblematico che ha acceso un dibattito su come il sistema giudiziario possa migliorare la protezione delle donne vittime di violenze. Le famiglie delle vittime, spesso, si trovano a dover affrontare un sistema che non riesce a prevenire tali tragedie. La richiesta di una pena massima da parte della parte pubblica e la decisione della corte di non applicarla hanno sottolineato le tensioni tra la volontà di punire e la considerazione delle circostanze. La sentenza, pur non essendo pienamente soddisfacente per la famiglia, rappresenta un momento di riflessione su come le istituzioni possano agire meglio per prevenire episodi simili. Il caso di Nathalie Ducrot rimane un monito per la società, un invito a non permettere che le donne siano vittime di violenza in nome della loro autonomia e della loro vita. La strada per un cambiamento è lunga, ma il dolore di una famiglia può diventare un catalizzatore per nuove leggi e nuovi interventi.

Fonte: Le Monde Articolo originale

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